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La Verità è al di là delle opposizioni duali.

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Molti studiosi si sono sforzati di spiegare l’ultimo misterioso haiku del poeta Junichiro Kawasaki: “Senza rimpianti è la mela, non sa di non essere pesca”. Fu scritto la mattina del 3 novembre 1996, poco prima che il vecchio poeta e sua moglie assumessero la dose di arsenico che li avrebbe uccisi. Kawasaki parlava di sé, parlava di loro, parlava di noi con la voce di chi guarda la vita dal margine. La parabola mi è tornata alla mente leggendo di Bronnie Ware, l’infermiera australiana trapiantata a Londra che ha raccolto i rimpianti dei malati terminali che ha assistito e li ha pubblicati in un libro di successo: The top five regrets of the dying.

“I cinque rimpianti di chi sta per morire” sono non avere vissuto secondo le proprie inclinazioni, ma secondo le aspettative degli altri (1). Avere lavorato troppo (2), non avere avuto il coraggio di esprimere i propri sentimenti alle persone care (3); avere perso di vista gli amici (4); non essersi permessi di essere felici (5). È una la lista che sulle prime può avere effetti devastanti perché ti costringe a guardare la tua esistenza da fuori, tutta d’un fiato, e a trarre un resoconto in corsa, probabilmente catastrofico. La tentazione è precipitarsi a dare le dimissioni o abbandonare figli e marito per coronare il sogno, mai inseguito davvero, di diventare altro. La verità è che i rimpianti sono sempre originati dalla vita e mai viceversa. Sono la metà mancante di quello che siamo. Se l’indagine fosse fatta tra ergastolani, tossici e rockstar maledette in punto di morte si otterrebbero risposte antitetiche: non avere dato retta ai consigli, avere lavorato poco, avere sovrastimato sentimenti, amici e felicità. Ma la storia personale di ognuno si incrocia sempre alla storia profonda degli uomini. Un contadino marchigiano del 1700, un gladiatore romano, una cortigiana assira difficilmente si sarebbero dispiaciuti di non avere avuto la vita che volevano. Una Storia universale dei rimpianti racconterebbe, forse, che in punto di morte gli antichi provavano rimorsi più pratici, legati a episodi specifici, per comportamenti sbagliati o occasioni perdute. Non rimpiangevano altre vite per la semplice ragione che non potevano neppure immaginarle. Il nodo da cui erompe la nostra idea di felicità si annida qui. Oggi, è doloroso il peso delle strade non imboccate, delle scelte non fatte, delle vite che non abbiamo vissuto perché il Novecento è fondato sulla vastità della scelta. È questa la sua invenzione più immensa. Ogni uomo è libero di diventare quello che è davvero. E allora perché gli scaffali delle nostre vite non sono stipati come quelli del supermarket? La teoria del Multiverso – gli infiniti universi paralleli della meccanica quantistica – è la traduzione scientifica di questa molteplicità culturale ed economica. Per millenni, poi, si avevano poche esistenze-modello, oggi ognuno è sottoposto a un bombardamento di vite possibili. Di eroi e vite imitabili. Avere un’unica vita appare una limitazione; Io sono l’armonia di una vita e la sua eleganza che risiedono, invece, nell’adesione perfetta a se stessi, nell’accettare quell’irripetibile agglomerato carico di memoria e confinato nello spazio e nel tempo in cui consiste la nostra identità. In fondo, è la storia narrata da Martin Buber di rabbi Sussja che in punto di morte, esclamò: “Dio non mi chiederà perché non sono stato Mosè, ma perché non sono stato Sussja”. O potremmo dire, con altre parole: il cammino verso se stessi. Quel cammino nel quale, riconoscendo lo splendore vitale del proprio dimorare nel mondo, in quell’istante totale del qui e ora, si realizza l’estrinsecazione dell’occasionale come necessario, del relativo come assoluto, la potente e vibrante verità del finito abitato da infinita bellezza, l’umile cosa che rivela il suo amore originario. La goccia del rubinetto, il passo per strada, una parola distratta, un rumore nell’aria … Il resto è solo infinita distanza tra alto e basso, dualismo. Devozionismo terrorizzato o disperazione nichilista. La gioia è originaria. La propria identità è irripetibile. Non esistono due persone identiche, anche se i gemelli omozigoti possono in larga misura essere considerati come dei soggetti uguali, quasi dei cloni l’uno dell’altro. La consapevolezza di possedere un’identità chiara è un elemento di grande importanza, ma altrettanto importante, se non di più, è il sentire che la propria identità è forte, sana, accettabile, buona e di valore. Ognuno di noi, per potere vivere bene, deve avere stima della propria identità. A volte abbiamo bisogno di alcune conferme dall’esterno, da parte di persone o di oggetti atti a comunicarci che siamo a posto e che andiamo bene. Attenzione però che questo bisogno non sfoci nel cosiddetto “narcisismo”, ovvero nella tendenza ad affidare il nostro valore a oggetti la cui scelta dipende soprattutto da fattori socio-culturali. La nostra storia non deve essere dunque la storia della mela d’autunno di Junichiro Kawasaki che cade senza rimpianti perché il desiderio di un’esistenza da pesca non l’ha mai neppure sfiorata. Il vivere lo stupore continuo di scoprire tutti i frutti che sono racchiusi in noi e il desiderio di viverli, lo sono. Questo, e solo questo.

“Dedicato a tutti quelli che vivono un’esistenza da mele perché non sanno di essere pesche”.

All’interno del magazine […]

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