URLAMI di Laura Fortugno

“URLAMI”

Recensione a cura di Valeriana Mariani

Senza l’esperienza del tradimento, né fiducia né perdono acquisterebbero piena realtà. Il tradimento è il lato oscuro dell’una e dell’altro, ciò che conferisce loro significato, ciò che li rende possibili.

Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà. Forse perché la vita preferisce chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in una casa protetta, dove il camuffamento dei nomi fa chiamare “amore” quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi si è davvero, per il terrore di incontrare sé stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.

Esiste uno stretto legame tra assertività ed autostima: per farti rispettare dagli altri devi innanzitutto imparare a rispettare te stesso. Troppo spesso ci facciamo mettere i piedi in testa, ed altrettanto spesso, per reagire, rispondiamo con aggressività. Possiamo essere molto meglio di questo: possiamo essere sicuri di noi stessi, forti delle nostre idee e determinati nel raggiungere i nostri obiettivi. Nel saggio Il tradimento, che è possibile leggere in Puer Aeternus, James Hillman prende in esame le possibili reazioni al tradimento, indicando tra queste quelle che bloccano la coscienza e quelle che la emancipano. Del resto, se vogliamo seguire il messaggio di Nietszche che ci ha insegnato a scoprire, sotto ogni virtù, il vizio che lo origina, la paura inconfessata che la genera, la debolezza che si vuole nascondere, scopriamo che, ogni volta che siamo in relazione con l’altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell’altro. Vogliamo essere con l’altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell’esserci e non-esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perchè l’amore è una relazione, non una fusione. Se infatti non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremmo incontrare l’altro e metterci in relazione, ma non avremmo neppure nulla da raccontare all’altro fuso simbioticamente con noi.

Come dice Laura Fortugno nel suo libro “URLAMI”, quando lei o lui iniziano un viaggio fuori dal “noi”, e che prescinde dal “noi”, solo per le attese sociali, solo per i precetti religiosi tradiscono, mentre in realtà salvano la loro individualità dell’abbraccio mortale del “noi” che non emancipa, non consente né crescite né arricchimenti, e neppure parole da scambiare che non siano già dette o già sapute prima che siano pronunciate. Tutto questo per dire che l’amore non è possesso, perchè il possesso non tende al bene dell’altro, né alla lealtà verso l’altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, sacrifica la ricerca e la conoscenza di sé, in cambio della sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate. L’amore è cosa intricata, perché sempre ci confonde a non ci si chiarisce se si ama l’altro o si ama la relazione, se si soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità, ma non la sua monotonia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé. Una cosa è certa: ovvero che nella relazione, nel “noi” non ci si può seppellire come in un sepolcro. Ogni tanto bisogna uscire, se non altro per sapere chi siamo senza di lei o lui. Solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi stessi. Gli altri, se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, errando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore. Nel viaggio che si intraprende fuori dal “noi” e che prescinde dal “noi”, è il “noi” che si tradisce, raramente il “tu”. Quel che si imputa a chi tradisce è di essere diventato diverso e di muoversi non più in sintonia, ma da solo. Soltanto se si accetta il cambiamento dell’altro e lo si accoglie come una sfida a ridefinirsi e a ridefinire la relazione, il tradimento non è più percepito come tale. Ma ridefinirsi è difficile, così come accettare il cambiamento. Per questo le vie più combattute sono quelle della fedeltà, o in alternativa quelle del risentimento e della vendetta. Se queste considerazioni hanno una loro plausibilità occorre allora riscattare, almeno in parte, i traditori dell’infamia di cui abitualmente si sono ricoperti, perché in ogni tradimento c’è un lampeggiare di verità e autenticità che chi è tradito non vuol mai vedere. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa svincolarsi da un’appartenenza e creare uno spazio d’identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma non possiamo crescere e diventare noi stessi se non usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro ci ameranno, non abbiamo l’onesta di dire: “Non sono come tu mi vuoi”.

E tutto ebbe inizio. 

LEI

L’acqua bollente scrosciava da diversi minuti, sparendo nel piatto di pietre di fiume della loro doccia zen, tanto spaziosa quanto essenziale […] Il vapore si impadronì del box in cristallo per poi espandersi in tutto l’ambiente, ma la sua pelle era ancora completamente asciutta. A parte il volto. Lei stava seduta, nuda, sul pavimento color fumo del bagno. Stringeva con entrambe le mani un cellulare e frenetica faceva scorrere lo schermo premendo i tasti con il pollice destro.
Lui bussò alla porta, chiedendole in quanto tempo avrebbe finito. Lei non rispose subito, posò il cellulare a terra, si infilò nella doccia e lo avvertì di aver quasi concluso. L’acqua le scivolava addosso, veloce e copiosa come i su pensieri. Il trucco pesante le colò dal viso sul resto del corpo, seguendo la pelle e le sue forme con numerosi rivoli scuri […] Sciacquò tutto velocemente. Si infilò svelta l’accappatoio e recuperò dal pavimento il cellulare nascondendolo nell’asciugamano che si avvolse in testa come un turbante. Girò la chiave della serratura lasciandosi alle spalle la stanza da bagno con il suo calore caldo umido. Trovò lui vicino alla porta, agitato nonostante il goffo tentativo di non sembrarlo, lo oltrepassò con un tiepido sorriso e si avviò verso la camera da letto. La seguì e, sfregandosi con i polpastrelli la fossetta sul mento, le chiese: “Hai visto per caso in giro il mio cellulare?” [..]Era sconfortato. Le probabilità che lo avesse trovato lei divenivano ogni minuto più alte e con esse si facevano strada i pensieri e le paure legate alle conseguenze.

LUI

Quel sabato mattina lui si alzò molto presto, con la voglia di caffeina e gli occhi gonfi di chi non li aveva chiusi per tutta la notte. Anche lei, che solitamente nei fine settimana invernali amava restare più a lungo possibile fra le coperte, si svegliò prima delle otto e, cosa che di solito non faceva a quell’ora, portò Paco a fare una passeggiata nel parco. Un cambio di routine che a lui, già in ansia per le congetture della notte appena trascorsa, risultò davvero strano. Approfittò dell’inaspettata uscita di sua moglie per continuare le ricerche, gettando all’aria tutti gli indumenti e gli accessori lasciati in giro la sera prima e setacciando come un segugio ogni angolo del loro appartamento dalla festa di Halloween non aveva ancora ancora ritrovato il suo cellulare.
Provò a comporre il numero utilizzando il cordless di casa, maledicendo l’abitudine di tenere il telefonino costantemente in modalità “silenzioso” con la sola vibrazione attiva, per evitare di dover giustificare eventuali chiamate fuori programma da parte di qualche amica troppo intima. Spense il televisore e ogni possibile fonte do rumore, nella speranza di percepire il ronzio che l’avrebbe sollevato da quell’ansia. Nulla. Ormai, pensò sconfortato, le probabilità che lo avesse trovato lei durante la festa divenivano ogni minuto più alte e con esse si facevano strada i pensieri e le paure legate alle conseguenze. Cercò di convincersi che non poteva essere andata in quel modo, che non poteva essere veramente così sfigato e che, soprattutto, non sarebbe stato da lei trovarlo senza dir nulla. Senza renderglielo immediatamente. Senza guardarlo? E senza scorrere tutta la rubrica? Senza leggere gli eventuali messaggi che probabilmente, come temeva, quella sera non aveva ancora cancellato? “Porca puttana, no! Quel messaggio no!” Improvvisamente avvertì un tuffo al cuore, immaginando l’effetto che avrebbero potuto avere quelle conversazioni nelle mani sbagliate. La sua mente iniziò a formulare grovigli di possibili ed improbabili giustificazioni. Con le mani fra i capelli si sedette sul coperchio del water del bagno di servizio. Si accorse di essere sudato e, passandosi un asciugamano sul viso, sospirò con lo sguardo perso nel vuoto […] In quel momento si rese conto che non riusciva più neppure a dominare la sua mente e le possibili conclusioni che ormai stava traendo. Il suono improvviso del citofono lo fece sobbalzare con il cuore che pulsava in gola.
La rabbia nel sentirsi così esposto e impotente lo fece alzare di scatto per dirigersi verso la porta. Fu un attimo: inciampò nella scodella del cane; il suo sguardo si abbassò istintivamente sul pavimento, nel punto esatto in cui brillava la ciotola in alluminio di Paco, e proprio vicino a essa, nella cesta dei giochi, vide una flebile lucina a intermittenza che riconobbe all’istante come quella del suo Nokia blu metallizzato. Sospirò profondamente, sentendo un sollievo di quelli che si provano soltanto al risveglio da un terribile incubo […] e all’improvviso si sentì leggero, in pace, come appena rinato. Non si soffermò troppo a pensare a come fosse finito lì il cellulare. Se gli fosse sfuggito dalle tasche la sera prima; se fosse stato scambiato da Paco per uno dei suoi giocattoli e trasportato così nella sua tana; se fosse stato nascosto per scherzo da un invitato particolarmente stronzo. O se magar, proprio in quel punto, lo avesse risposto volutamente lei per chissà quale strana ragione. Quest’ultima ipotesi però, si disse rassicurando se stesso, in fondo, non aveva davvero senso.

Liberamente tratto da “URLAMI” il nuovo libro di Laura Fortugno 

Lei, lui, gli altri e le loro vite che si intrecciano, inconsapevoli di essere così fortemente connesse. In un nevoso weekend prenatalizio, amore, passione, menzogne e tradimenti trasformano le esistenze di un gruppo di persone accomunate tra loro dal peso di un passato difficile e da un desiderio incontenibile: sentirsi desiderati e amati. Hanno solo una manciata di giorni per imparare a fare i conti con il dolore delle verità svelate e per riscoprire l’amore… soprattutto quello verso se stessi.

L’autrice:

Laura Fortugno
è nata a Lodi ed è un fundraiser presso l’Istituto dei Ciechi di Milano. Nel 2014 ha vinto il premio letterario “Racconti nella Rete” con “Guardami” pubblicato nell’antologia di racconti edita da Nottetempo nello stesso anno. Urlami è il suo romanzo d’esordio.

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